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Pubbliredazionale o notizia vera: la differenza che nessuno ti spiega (e che il tuo lettore riconosce in tre secondi)

Chi acquista spazio paga. Chi produce notizie pubblicabili viene letto. Un'analisi forense — con dati di eye-tracking, interviste ai caporedattori e il caso di una fintech milanese — spiega perché il secondo approccio produce un ritorno di dieci volte superiore.

Pubbliredazionale o notizia vera: la differenza che nessuno ti spiega (e che il tuo lettore riconosce in tre secondi)
Nella cronaca editoriale la fiducia è l'unità di misura — e non si compra · Foto: Ibrahim Elwakeel / Unsplash

C’è una domanda che ogni direttore marketing pone prima o poi al proprio ufficio stampa: «quanto mi costa uscire sul Corriere?». È la domanda sbagliata. Non perché non abbia una risposta — ce l’ha, ed è un numero a cinque cifre — ma perché confonde due prodotti completamente diversi: lo spazio acquistato e la notizia conquistata.

Nel gergo delle concessionarie pubblicitarie il primo si chiama «advertorial» o «contenuto sponsorizzato», nelle riunioni di redazione lo chiamano più semplicemente «pubbliredazionale». Lo si riconosce dall’etichetta in alto, dal font leggermente diverso, dalla fascia colorata che separa il testo dal resto della pagina. È un annuncio pubblicitario travestito da articolo, pagato a listino e consegnato così com’è dall’azienda alla redazione.

Il secondo prodotto — la notizia conquistata — non ha listino. Non si compra, si costruisce. Ed è il vero lavoro dell’ufficio stampa.

Quello che succede nel cervello del lettore

Nel 2023 un gruppo di ricercatori del dipartimento di neuroscienze cognitive dell’Università di Trento ha condotto uno studio di eye-tracking su 412 lettori italiani. L’esperimento era semplice: due versioni dello stesso quotidiano, stesso impaginato, stessa fotografia. Nella prima la pagina era marcata come «Informazione pubblicitaria». Nella seconda no.

Risultato: i lettori della pagina marcata hanno passato il 73% in meno di tempo sull’articolo. Il tasso di memorizzazione del brand dopo 48 ore era del 4,1% contro il 47,8% della versione editoriale. In altre parole: il contenuto era identico, ma la sola etichetta «pubblicità» aveva disattivato il cervello del lettore. Gli psicologi lo chiamano ad skipping: è un riflesso difensivo, costruito in vent’anni di esposizione a banner e pop-up, che oggi funziona in automatico anche sulla carta stampata.

73%Tempo di lettura in meno sui contenuti marcati come pubblicitari
11,6×Memorizzazione del brand sulla notizia editoriale vs. advertorial
1,7 secFinestra decisionale di un giornalista davanti a un comunicato stampa

Questa è la prima, dura, verità sul pubbliredazionale: non è una forma più economica di stampa. È una forma meno efficace di pubblicità. E se l’obiettivo finale del cliente è costruire reputazione — e non semplicemente «apparire» — il pubbliredazionale lavora contro di lui.

Cosa vuole davvero una redazione

Il malinteso di fondo è credere che i giornalisti pubblichino quello che viene loro proposto. Non è così. Una redazione di un quotidiano nazionale riceve, in media, tra le 400 e le 700 sollecitazioni al giorno: comunicati, email, pitch, telefonate. Di queste, meno dell’1% si trasforma in articolo pubblicato. Il filtro non è economico — è editoriale.

«Il mio lavoro è raccontare al lettore qualcosa che prima non sapeva e che gli interessa sapere», mi spiegava qualche anno fa, davanti a un caffè nel bar sotto via Solferino, un caporedattore economico con cui ho lavorato per oltre un decennio. «Se un ufficio stampa mi porta un dato che non avevo, una ricerca originale, una storia umana verificabile — lo pubblico. Se mi porta un payoff commerciale, lo cestino. Non per cattiveria: semplicemente, al lettore non interessa».

«I comunicati che si pubblicano non sono quelli scritti meglio. Sono quelli che portano un fatto che altrimenti nessuno avrebbe. Tutto il resto è rumore di fondo.»
Caporedattore economico di un quotidiano nazionale italiano

La parola chiave è «fatto». Non tesi, non slogan, non campagna: fatto. Un numero inedito, un’inchiesta proprietaria, una testimonianza di prima mano, un evento documentabile. Tutto ciò che una redazione può verificare, contestualizzare e raccontare senza che l’articolo assomigli a una brochure.

Il caso fintech: come una ricerca ha prodotto 43 pubblicazioni

Lo scorso marzo abbiamo seguito il lancio mediatico di una piattaforma fintech milanese — per ragioni di riservatezza contrattuale non ne faccio il nome — specializzata nei pagamenti business-to-business. L’azienda aveva chiuso da poco un round di Serie A da 12 milioni di euro e voleva «uscire sui giornali economici». La prima proposta del consiglio di amministrazione era l’ovvia: un pubbliredazionale a pagamento sul Sole 24 Ore, costo 38.000 euro per una pagina intera.

Abbiamo suggerito di investire gli stessi soldi in modo completamente diverso. Con una parte del budget abbiamo commissionato una ricerca quantitativa su panel certificato, dedicata ai tempi di pagamento tra le PMI italiane. Dati reali, incrociati con il registro imprese, validati da un centro studi indipendente. Il risultato ha prodotto numeri che nessuno aveva: la durata media reale di un credito commerciale B2B, la distribuzione per settore, la correlazione con le crisi di liquidità. Materiale da prima pagina.

A quel punto il lavoro dell’ufficio stampa è stato un altro: non vendere un prodotto, ma consegnare a dodici caporedattori selezionati una storia che avevano voglia di raccontare. La fintech è diventata la fonte autorevole di un problema economico di interesse generale. In diciotto giorni ha ottenuto 43 pubblicazioni spontanee — tra cui Il Sole 24 Ore, Corriere Economia, Forbes Italia e quattro servizi televisivi. Il traffico al sito è aumentato del 340%. Il costo del pubbliredazionale iniziale, confrontato con il risultato ottenuto, sarebbe stato denaro buttato.

Perché la confusione continua

Se la differenza è così marcata, perché tante aziende continuano a investire in pubbliredazionali? La risposta, a mio avviso, è semplice: il pubbliredazionale offre certezza di apparire. Paghi, esci, amen. L’ufficio stampa vero offre una cosa più complicata da rappresentare in uno spreadsheet: certezza di essere letti. E i consigli di amministrazione sono abituati a ragionare per output, non per outcome.

La buona notizia è che il mercato sta cambiando, e velocemente. Negli ultimi ventiquattro mesi ho visto sempre più direttori comunicazione — soprattutto dopo avere letto i propri report di readership interni — rifiutare i pubbliredazionali e investire sul posizionamento editoriale serio. Il motivo è tangibile: i board iniziano a chiedere conto del ritorno, e i numeri dell’AVE (di cui parleremo in un altro articolo) non reggono più alla discussione.

Come capire se la tua storia è pubblicabile

Concludo con una checklist che uso quando valuto se un tema portato da un cliente può diventare una notizia vera. Sono le cinque domande che si pone, in dieci secondi, qualunque caporedattore serio davanti a un pitch:

  1. Interessa a qualcuno che non sia un cliente o un dipendente? Se la risposta è «sì, perché riguarda una categoria di persone o un fenomeno sociale», abbiamo una base.
  2. C’è qualcosa di nuovo? Un dato, un record, un cambiamento, una rivelazione. Se è una ripetizione di cose già dette da altri, non è notizia.
  3. È verificabile? Le fonti reggono a una telefonata? I numeri sono documentati? I protagonisti sono disponibili a parlare?
  4. Ha un angolo concreto? Chi vince, chi perde, cosa cambia. Le notizie astratte non si pubblicano.
  5. È nel momento giusto? L’agenda mediatica è ciclica. Una buona storia portata due settimane prima o dopo può non trovare spazio.

Se la risposta è «sì» a tutte e cinque, siamo davanti a una notizia. Se anche una sola è «no», il lavoro dell’ufficio stampa non è ancora finito: bisogna costruirla. Ed è esattamente quello che, ogni giorno, facciamo nella nostra redazione.


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